C’è chi ti distrae, chi ti ruba i soldi e chi ti sputa addosso. Non è un promemoria dal quale sviluppare una trama di una sceneggiatura di un film di Spike Lee ma è il nostro governo e il comportamento di quei ministri che hanno a cuore il futuro dei nostri figli.
Partendo dalla necessità di mantenere la scuola privata, non farlo significherebbe inimicarsi quella parte di stato, non ufficiale, formata da esseri tentacolari con anelli d’oro al dito e croci al collo. Dalla necessità di creare differenze sociali per garantire quella rassegnazione che rendeva canzoni come “uno su mille ce la fa” degli inni popolari. Perché uscire da una scuola privata significa mettere un sigillo di ceralacca nobiliare su un curriculum, eliminare quel concetto di meritocrazia che è presente in quegli stati dove, guarda caso, il diritto e dovere di una istruzione è garantito e preservato.
Così si creano disagi, invidia e malumori. Si crea un clima di confusione, una atmosfera opprimente che, a partire dalle aule scolastiche, grida aiuto. Un aiuto che finisce con l’essere raccolto dalla richiesta di disciplina ferrea, non da quel sistema che si è evoluto nei secoli e ancora aveva bisogno di continuare la sua naturale crescita.
Non è un caso che nelle scuole private i genitori vedano di buon occhio le punizioni, permettano agli insegnanti di reprimere i loro figli. Nella scuola pubblica invece l’insegnante ha perso potere, credibilità. Anni a denigrare il sistema scolastico pubblico hanno permesso questo. Perché generalizzare e ignorare le falle del sistema, quelle che permettevano al marcio di inchiodarsi alle cattedre ha portato a perdere fiducia nella vera missione della scuola : formare.
Queste riforme, questi tagli, le pressioni al personale scolastico servono solo a rendere più difficile il compito agli insegnanti. A impoverire ancora di più la fiducia che si può avere nella scuola pubblica. A denigrare una professione, delle persone.
Perché ora si parla di istruzione, gradualmente, le famiglie hanno dovuto rassegnarsi alla necessità di tenere sotto controllo quello che a scuola veniva insegnato. Lo stress di chi il tempo lo deve usare per soddisfare i bisogni primari non quelli di lusso si trasforma in rancore e diffidenza. Allora bisogna trovare una figura ben distinta con la quale prendersela, troppo difficile prendersela con il sistema scolastico o meglio lo stato. I disagi che ogni studente si trascina a casa sono subito associati all’incapacità di insegnare, di saper trattare gli allievi, di saperli “disciplinare”. Quante volte mi sono sentito dire o mi hanno raccontato ex-colleghi che i genitori degli “altri allievi” chiedono di punire chi provoca disagi al proprio figlio. Non si fraintenda con il mediatico problema del bullismo, ogni classe è formata da tantissimi e variegati problemi. Una scatola chiusa di palline che rimbalzano e si colpiscono tra loro accelerandone il caos. I problemi di apprendimento di un ragazzo diventano una supplica d’aiuto da parte dei suoi genitori e una richiesta di lasciarlo perdere da parte dei genitori degli altri allievi. I problemi familiari di un allievo si riversano nel suo comportamento in classe o nel suo rendimento.
Così stare dietro la cattedra non significa solo istruire ma formare, cercare di fornire degli strumenti universali, per permettere a chiunque di poter distinguere, pensare e avere opinioni proprie. La disciplina che viene richiesta uccide il confronto. Violenta la possibilità di ogni studente-persona di diventare unica, trovare soluzioni ai propri problemi, capire le proprie priorità e non uniformarsi a quelle che altri decidono per lui. Così si possono capire le differenze di valutazione, la necessità di premiare in modo diverso gli obiettivi raggiunti da ragazzi con differenti possibilità. Uscire dalla scuola con la stessa valutazione non è mai significato essere uguali, si pretende anche questo. Un sistema di valutazione che sia perfetto, per illudere che l’attuale sistema pubblico premi il proprio figlio. Le mille componenti che formano la valutazione di uno studente non lo qualificano. Ma lo si pretende. Così significherebbe punire chi attraversando ostacoli esterni alla sua vita scolastica ha raggiunto lo stesso obiettivo di chi, senza quei problemi, non si è sforzato di più. Tutti uguali nei diritti e nei doveri. Per garantirlo non bastava forse eliminare le scuole private? Perché chi può muovere le acque avrebbe affrontato gli stessi problemi delle altre famiglie, si sarebbe naturalmente rafforzato il concetto di solidarietà, di uguaglianza, allontanato il pensiero che, comunque, ci sono percorsi diversi per persone diverse.
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